venerdì 30 novembre 2012

The Day - Recensione

The Day
USA, 2012, colore, 87 min
Regia:  Douglas Aarniokoski
Sceneggiatura: Luke Passmore
Cast: Shawn Ashmore, Ashley Bell, Dominic Monaghan, Cory Hardrict, Shannyn Sossamon, Michael Eklund

Un rappresentante del filone post-apocalittico maggiormente orientato verso l'azione mi mancava. Se non erro, l'ultimo esponente fu Codice Genesi ma sono ricordi spiacevoli ed è meglio passare rapidamente oltre. Per prima cosa, se avete già dato un'occhiata al teaser trailer di The Day e siete amanti della buona musica, segnatevi il nome della canzone (Yasmin the Light degli Explosions In The Sky) e fatela vostra. Ancora meglio, fate vostro l'intero album senza lasciare che la lunghezza del titolo (Those Who Tell the Truth Shall Die, Those Who Tell the Truth Shall Live Forever) vi susciti antipatia perchè ne vale la pena.
La vicenda prende vita dieci anni dopo un'imprecisata catastrofe. Non ne conosceremo mai le cause, vedremo solo le conseguenze: fame, razziatori e tribù di cannibali. I cannibali in particolare, che in The Road facevano un'apparizione tanto fugace quanto destinata a rimanere scolpita nella mente, vengono eletti a minaccia numero uno. Un gruppo costituito da cinque giovani superstiti è diretto verso un luogo idoneo alla coltivazione dove piantare radici e i rari semi che si portano dietro. Ne fanno parte Rick (Dominick Monaghan, i cui personaggi sono affetti dalla sindrome di Sean Bean), nelle vesti del leader, il suo amico di vecchia data Adam (Shawn Ashmore), il malaticcio Henson (Cory Hardrict) e Shannon (Shannyn Sossamon), l'emotiva del gruppo che copula col leader. Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dall'aspetto minuto dell'ultima arrivata Mary (Ashley Bell), la cui brutalità e ferocia nel combattere è uno dei motivi di maggiore godimento della pellicola. Il ruolo del cattivo di turno è invece affidato al viso affilato di Michael Eklund, che ho trovato grandioso in The Divide. Per scelte professionali mi ricorda molto il Gary Oldman dei primi tempi, quello specializzato in ruoli di psicotico e violento. Non posso dire che gli attori siano tutti tagliati per il ruolo ma trovare un cast di tutto rispetto in una produzione dal budget così ridotto è un valore aggiunto. Salta subito all'occhio come la fotografia sia un plagio di quella del già citato The Road, toni grigi, quasi del tutto desaturati. Quindi bella ed evocativa. Qualche magagna arriverà col sopraggiungere della notte dove la fotografia è troppo scura e nelle scene più concitate risulta difficile capire cosa stia succedendo. Non so se sia una scelta stilistica ma per un film d'azione non è proprio il massimo. Le condizioni di Henson peggiorano ed il gruppo trova riparo dalla pioggia all'interno di una casa abbandonata. A proposito di Henson, il suo stato di salute è una variabile impazzita. E non mi riferisco alle botte di adrenalina che scaturiscono da un povero cristo che gradirebbe evitare di diventare la cena di un tizio con la cresta e della sua allegra famigliola. Passa da moribondo a quasi pimpante secondo criteri ignoti a tutti tranne che allo sceneggiatore Luke Passmore. Sorpresa delle sorprese, la cantina della casa è piena di scorte di generi alimentari. Troppo bello per essere vero. Una trappola scatta e la sirena comincia a suonare. Da questo momento in poi comincia l'assedio, la lotta per la sopravvivenza nell'arco di una giornata. La trama è tutta qui, lineare e senza fronzoli, che prevede un sacco di azione e non si tira indietro nel mostrare violenza e fiumi di sangue in CGI. Volendo sottilizzare, vista la superiorità numerica schiacciante dei cannibali e la penuria di munizioni dei nostri, non ci sarebbe da discutere sull'esito dello scontro. Va bene che il nemico è rappresentato da gente comune che dopo anni di stenti ha deciso di adottare differenti abitudini alimentari ma la loro attitudine al suicidio lascia perplessi. Assalti suicidi a parte, a rendere meno improbabile il tutto ci pensa Mary, che oltre ad essere una furia scatenata, padroneggia bene la strategia del terrore, impalando le teste mozzate dei nemici caduti come monito. Qualcuno però spieghi all'attrice che sei vuoi apparire una fumatrice credibile, il fumo deve essere immesso nei polmoni prima di essere espirato e non trattenuto semplicemente in bocca soffiando quella ridicola nuvolona. Che poi per apparire cazzuti mica bisogna essere per forza fumatori e tu, Aarniokoski, in questi casi non insistere troppo su di lei. Prima che si scateni l'inferno notturno, anche all'interno della casa hanno i loro grattacapi. La scena della tortura è ben girata e di notevole impatto emotivo, con la buona prova di Ashmore che pare abbia fortemente voluto il ruolo, forse per cercare di scrollarsi di dosso l'immagine del bravo ragazzo mutante. Solo che la metamorfosi di Adam in efferato torturatore sembra un po' forzata. Non del tutto improbabile viste le circostanze ma più che un calderone di rabbia pronto a esplodere sembrava un tizio in procinto di spararsi un colpo in testa, con quella maschera del dolore per la morte della moglie e della figlia perennemente calata sul viso.
Insomma The Day si colloca dalle parti dell'intrattenimento senza troppe pretese. Ha tra le frecce del suo arco una prima mezz'ora molto d'atmosfera e il ferale personaggio di Mary (fumo a parte) alla quale, nel finale, basta un colpo di coltello per esprimere efficacemente la sua posizione sul concetto di famiglia nel mondo post-apocalittico, tema su cui si insiste parecchio sia dalla parte dei buoni che dei presunti cattivi. E potrebbe non avere tutti i torti.

In una vecchia intervista risalente al Fantasy Fest 2011, Luke passmore collocava The Day come capitolo centrale di una trilogia già scritta che dubito verrà mai realizzata.

domenica 4 novembre 2012

Resident Evil: Retribution - Recensione

Resident Evil: Retribution
Germania/Canada, 2012, colore, 96 min
Regia: Paul W.S. Anderson
Scenggiatura: Paul W.S. Anderson
Cast: Milla Jovovich, Sienna Guillory, Michelle Rodriguez, Bingbing Li, Boris Kodjoe, Johann Urb, Kevin Durand, Oded Fehr, Shawn Roberts

I film della serie Resident Evil non hanno mai brillato in quanto a storia ma in quest'ultimo capitolo viene abbandonata totalmente qualsiasi pretesa di plot per concentrarsi unicamente su una sequela di momenti d'azione pompatissimi quanto a lungo andare monotoni e interminabili. Tenendo conto della struttura di Retribution, mai come in questo caso è corretto parlare di livelli più che di scene. Nemmeno il precedente capitolo, Resident Evil: Afterlife si era spinto a tanto. D'altro canto, e lo dico non senza rammarico, la saga videoludica ha intrapreso un percorso di abbandono della struttura da Survival Horror che l'ha portata nel corso degli anni ad uniformarsi sempre più con quanto ci viene proposto da Anderson. In questo contesto dove le sequenze si configurano come forsennate e convulse sessioni di gioco action, i cari vecchi zombie dall'andatura claudicante sarebbero fuori posto. Vengono rimpiazzati da qualche umano infetto tarantolato che si immola come carne da macello, destinato a lasciare spazio alla propensione al gigantismo del bestiario geneticamente modificato di Anderson, che rispolvera, raddoppiandole di numero o di dimensioni, alcune vecchie conoscenze.   L'introduzione di Retribution riprende l'epilogo del quarto capitolo, riproponendolo ed estendendolo tramite ralenti al contrario per fare capire che alla regia c'è lui, Paul W.S. Anderson, e un'ossessione è un'ossessione. Segue riassunto delle puntate precedenti per chi volesse sentire la voce di Milla/Alice per più di cinque secondi, ossia la durata media delle battute che pronuncia nel resto del film. Al termine del riepilogo troviamo un allegro quadretto familiare con un'inedita Alice in versione casalinga danarosa, il marito Carlos (Oded Fehr) e la figlia sordomuta Becky. L'idillio è destinato ben presto a finire quando il sobborgo residenziale viene invaso da un'orda di infetti. Mentre Carlos mutato sta per posare i tentacoli su di lei, si conclude questa piccola parentesi senza colpi di kung-fu e spacconate. Uno dei test del “Progetto Alice” è finito. Il nuovo clone della protagonista si sveglia (coperta solo da un fazzoletto di tessuto, come da prassi) all'interno dell'enorme base sottomarina della Umbrella Corporation situata sotto i ghiacci. Da qui in avanti si assiste unicamente al tentativo di fuga verso la superficie attraverso una serie di stage (le repliche di Tokyo, New York, Mosca e del sobborgo iniziale) tra Licker anabolizzati, raccordi tra le scene affidati alla solita mappa tridimensionale e ininfluenti ritorni di personaggi. Tramite l'espediente della clonazione c'è di nuovo spazio, stavolta tra le fila dei cattivi, per Michelle Rodriguez, Colin Salmon e qualcun altro. Un'operazione inutile che non va al di là del riconoscimento visivo perché nessuno ha un personaggio da interpretare. Stesso discorso vale per i componenti della squadra di recupero che vede tra le sue fila un paio di new entry buttate dentro a casaccio (Leon Kennedy, Barry Burton). Burton interpretato da Kevin Durand è l'unico che abbia un briciolo di caratterizzazione. Ma non c'è tempo da perdere con queste inezie, Anderson va troppo di fretta, ansioso di condurci al prossimo scontro. Una concezione che si muove nella direzione inversa rispetto a certe produzioni videoludiche odierne che ricercano un'attenzione narrativa e contenutistica sempre maggiore per farsi veicolo di emozioni ma anche di riflessioni. Qui al massimo si riflette su quanto prudesse a Milla la tutina in latex. Anche il tentativo di umanizzare Alice facendole instaurare un rapporto madre-figlia con la clone Becky resta ad un livello superficiale. Retribution come nei film precedenti pone le premesse per il capitolo successivo, il sesto ed ultimo, facendolo nel modo più spettacolare possibile. E c'è da scommetterci, sarà la versione sotto amfetamine di questo, che a sua volta è la versione sotto amfetamine di Afterlife.

venerdì 2 novembre 2012

Il canto di Paloma

La teta asustada
Spagna/Perù, 2009, colore, 94 min
Regia: Claudia Llosa
Sceneggiatura: Claudia Llosa
Cast:  Magaly Solier, Marino Ballón, Susi Sánchez, Efraín Solís, Bárbara Lazon, Karla Heredia, Antolín Prieto

Fausta (Magaly Solier), ventenne peruviana, è cresciuta sopraffatta dall'incubo di essere violentata come era accaduto alla madre incinta di lei negli anni '80, caratterizzati da violenza, stupri e terrorismo durante la guerra civile. Fausta vive in un ambiente chiuso, dominato da superstizioni tramandate e accettate come reali, che portano tutti gli abitanti di un quartiere povero di Lima a considerare inevitabile il comportamento della giovane. Proprio la madre morente le ricorda, con una cantilena straziante che ci può apparire come una sorta di testamento, di averle trasmesso questa “malattia”, avendola allattata con il latte del dolore. La violenza subita dalla madre si ripercuote sulla psiche della figlia, il suo ricorco (che Fausta sente sulla pelle perché l'ha vissuto quando era “dentro il suo ventre”) la tormenta, determinando un'incapacità di stabilire legami ed affetti che vadano oltre il ristretto ambiente familiare. Vive marginalmente i contatti, sfuggendo come è lecito aspettarsi sopratutto le figure maschili e assiste senza particolare coinvolgimento emotivo allo scorrere della propria vita. Già da anni, come modalità difensiva, ha introdotto un tubero in vagina (non viene lasciato spazio ad alcuna morbosità) con conseguenti infezioni e germogliamenti. Una svolta avverrà alla morte della madre. Spinta dal desiderio di riportarla nel suo paese natio e offrirle un degno funerale, si vedrà costretta, per trovare i soldi necessari, ad accettare lavoro come domestica nella villa di una pianista affermata ma dalla vena creativa un po' offuscata. Ma anche nel nuovo ambiente porta una maschera di dolore, è una sorta di automa. Si scioglie solo nel momento del canto: le cantilene inventate sul momento sono l'unico mezzo per essere trasportata fuori dai suoi momenti più dolorosi. Proprio una di queste cantilene verrà plagiata con enorme successo dalla concertista che, con violenza di classe schiacciante, non dimostrerà alcuna gratitudine nei confronti della creatrice. Considerata pericolosa, Fausta verrà licenziata e abbandonata per strada. Ma nonostante Il canto di Paloma sia tanto duro e spietato verso la sua protagonista, le cui tragedie sono le tragedie di un popolo, non chiude le porte a qualsiasi speranza. Trovare un posto dove abbandonare le proprie paure e aprirsi alla vita è possibile e Fausta incontrerà un uomo, un giardiniere, che riuscirà a farla “germogliare”. E il difficile cammino intrapreso nel tentativo di liberarsi dallo stato di morte interiore, tramandatole da una madre che aveva trasformato il suo vissuto nel presente della figlia, culminerà nella riconquista della vita.

mercoledì 12 settembre 2012

L'industriale

L'industriale
Italia, 2011, colore, 94 min
Regia: Giuliano Montaldo
Sceneggiatura: Giuliano Montaldo, Andrea Purgatori
Cast: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Francesco Scianna, Elena Di Cioccio, Andrea Tidona


La storia si svolge nella Torino dei nostri giorni, a fare da sfondo alla crisi economica che attanaglia tutta l'Italia. Nicola (Pierfrancesco Favino) e Laura (Carolina Crescentini) appartengono alla Torino bene, lui piccolo industriale che ha ereditato l'azienda dal padre, lei affermata architetta figlia di ricchi produttori vinicoli. L'agiatezza e un'apparente serenità familiare ne caratterizzano la vita ma la crisi economica colpirà anche loro (o meglio lui), facendo emergere un malessere nella coppia destinato a sfociare in una crisi profonda. Nicola si trova nella condizione di perdere tutto ciò che ha in qualche modo contribuito se non a rafforzare quantomeno a portare avanti. Troppo orgoglioso per chiedere un prestito alla suocera arpia, che forte della posizione economica potrebbe tranquillamente aiutarlo (non senza ottenere vantaggi per sé), scivolerà in una cupa depressione che metterà in luce le basi non proprio solide su cui poggia il suo matrimonio: la trasformazione da vincente che non scende a compromessi a uomo in crisi dominato dall'ansia di fallimento (resa ancora peggiore dalla volontà di non vanificare il lavoro di una vita del padre, figura fortemente presenta pur nella sua assenza) allontana Laura, che già non disdegna le attenzioni di un operaio rumeno, dal marito. Intanto banche e società finanziarie svolgono egregiamente la loro funzione di avvoltoi e si sottolinea la scarsa attenzione che l'Italia ripone nelle fonti di energia alternative e nella ricerca a loro correlata (la fabbrica destinata al fallimento produce pannelli solari). Crisi economica e sentimentale viaggeranno a braccetto almeno fino a quando la seconda prenderà nettamente il sopravvento. Purtroppo infatti, quello che ha prima vista potrebbe apparire come uno spaccato della crisi economica visto dagli occhi dei padroni, rivela ben presto la sua vera essenza di drammone sentimentale sulla disgregazione di un matrimonio. Il salvataggio della fabbrica da parte dell'orgoglioso Nicola perde visibilità nel corso della narrazione fino ad essere relegato sullo sfondo per fare capolino nel tragicomico finale. I riferimenti a temi di attualità sono presenti e graditi ma quando il film abbandona la strada del cinema di denuncia sociale per dedicarsi unicamente ai soporiferi tentativi di Nicola di non perdere la moglie -e il problema è che succede decisamente presto- spariscono pure loro. Non è il film che mi sarei aspettato, altrimenti non mi sarei avventurato in un genere per me indigesto.

domenica 22 luglio 2012

L'angolo dell'avventuriero: Beneath a Steel Sky


Revolution Software è stata fondata da Charles Cecil, Tony Warriner, David Sykes e Noirin Carmody in Inghilterra nel 1990 come reazione alle avventure grafiche della Sierra. Il loro primo gioco, Lure del Temptress, non riscosse molti consensi, ma al secondo tentativo azzeccarono il colpo e Beneath a Steel Sky è universalmente riconosciuto come un classico del genere.

Beneath a Steel Sky si svolge in un'Australia futuristica dove la maggior parte della popolazione vive in enormi città a conduzione aziendale e piccole tribù si sono stanziate nel deserto conosciuto come The Gap (la Radura nella versione italiana). L'introduzione, affidata al fumetto allegato al gioco ad opera del mitico Dave Gibbons (Watchmen) che ha anche disegnato tutti gli sfondi, racconta la storia di un ragazzino il cui elicottero precipita nel Gap e viene allevato dagli aborigeni. Ricordando solo il suo nome di battesimo, Robert, gli viene conferito il cognome Foster per via di una lattina di birra Foster's Pilsner trovata sul luogo del disastro. Nella versione americana, per evitare violazioni del copyright, il marchio della birra è stato sostituito con “SS IPM RAW" che letto al contrario forma warm piss, piscio caldo. Foster è un ragazzo brillante e riesce a costruire un piccolo robot di nome Joey per tenergli compagnia. Raggiunta l'età adulta si verifica un nuovo sconvolgimento nella sua vita quando un elicottero atterra nella Radura e individui in divisa nazistoide lo rapiscono per riportarlo nella giungla urbana conosciuta Union City, non prima di averne sterminato la famiglia adottiva. Le cose si complicano quando l'elicottero in avaria precipita sulle torri della città lasciando Foster come unico superstite. Come se non bastasse, la polizia locale lo ha classificato come terrorista e comincia a dargli la caccia. Sempre più confuso, Foster vede friggere davanti ai suoi occhi un poliziotto in procinto di arrestarlo, come se una forza invisibile vegliasse su di lui. Comincia così un discesa verso il basso in cerca di risposte.

Union City è socialmente stratificata in diversi livelli, con il concetto di acropoli sovvertito. I poveri e gli operai vivono nelle fabbriche ai livelli superiori mentre all'alta borghesia e ai quadri dirigenziali sono riservati i livelli più bassi. L'intera città è controllata dal LINC, un computer che controlla ogni singolo aspetto della vita e a quanto pare ha raggiunto l'autocoscienza dopo essersi fuso con la mente di uno dei suoi creatori. Lo shock culturale per l'ingenuo Foster è enorme, sia per l'eccessivo controllo governativo che per la strana gente in cui si imbatte.

La palma di personaggio più divertente e satirico del gioco va al grasso supervisore di fabbrica Gilbert Lamb, che trotterella in giro indossando un cappotto di pelliccia "fatto con gli ultimi dieci castori rimasti al mondo" e il suo doppio mento si può ammirare nella gloriosa bassa risoluzione VGA. Non ha praticamente idea di ciò che fa la sua fabbrica né gliene frega qualcosa. Vive per pavoneggiare il suo status sociale nonostante si mantenga sul vago su come abbia fatto a raggiungerlo. Esaurire il suo conto in banca e abbassarne lo status è un atto di giustizia sociale.

A far compagnia a Foster troviamo il fido Joey. Oltre a fungere da spalla comica, è possibile inserire la sua scheda madre in diversi modelli robotici che saranno d'aiuto nel corso dell'avventura. In puro stile cyberpunk è anche possibile interfacciarsi con il LINC, previa operazione per ottenere una porta installata nel cranio in cambio dei testicoli di Foster (post-mortem, per sua fortuna). Nel cyberspazio Foster è rappresentato da un avatar blu che assomiglia parecchio al Dr. Manhattan di Watchmen (chissa come mai) e gli oggetti dell'inventario sono rimpiazzati da comandi più attinenti al mondo virtuale.


Anche se all'apparenza si potrebbe pensare il contrario, ho trovato Beneath a Steel Sky un gradino più maturo rispetto ad altre avventure grafiche dell'epoca. Una coesistenza un po' straniante tra atmosfera opprimente e situazioni umoristiche. Sepolto sotto quintali di battute come vuole la tradizione e musichette scanzonate, il tono è più tetro e adulto di quanto possa sembrare, anzi una volta entrati nelle gallerie della metropolitana per scoprire i segreti del LINC il fattore demenziale sparisce del tutto. L'ottima scrittura tiene in piedi questo delicato equilibrio.

Il gioco presenta una versione migliorata del motore Virtual Theatre, già utilizzato in Lure of the Temptress, la cui caratteristica principale è che i personaggi non giocanti vanno in giro e parlottano tra di loro in maniera apparentemente casuale. In Lure andarli a cercare per l'area di gioco era un delirio, qui le cose vanno un po' meglio perchè non vanno mai troppo lontano.

Beneath a Steel Sky funziona perfettamente sui sistemi operativi odierni attraverso l'uso di ScummVM ed è oramai freeware. È possibile scaricare una copia gratuita da GOG. Nel 2009 venne rilasciata una versione rimasterizzata per iPad e iPhone che si dimostrano piattaforme ideali per le vecchie avventure grafiche. Recentemente Cecil e Gibson hanno affermato di aver avuto un'ottima idea per una futura collaborazione videoludica. Visti i rispettivi impegni con il nuovo capitolo della serie Broken Sword e il fumetto Secret Service scritto da Gibson in tandem con Mark Millar, non se ne parlerà tanto presto.

domenica 15 luglio 2012

Men in Black 3

Men in Black 3
USA, 2012, colore, 106 min
Regia: Barry Sonnenfeld
Sceneggiatura: Etan Cohen
Cast: Will Smith, Tommy Lee Jones , Josh Brolin, Jemaine Clement, Emma Thompson, Michael Stuhlbarg, Alice Eve, Bill Hader

Il supercriminale alieno Boris L'animale evade dalla prigione di massima sicurezza situata sulla Luna per vendicarsi dell'agente K che quarant'anni prima l'aveva gettato in galera dopo avergli staccato un braccio. Il piano prevede un salto temporale nel passato nel tentativo di uccidere il giovane K e impedire la creazione di un sistema di difesa orbitale che ha portato la sua razza all'estinzione. L'agente J lo seguirà a ruota per salvare il collega e la Terra stessa.

Quando uno studio si rivela essere a corto di idee per un franchise, la via più comoda è quella di riportarlo indietro nel tempo, magari in un periodo storico attualmente molto sfruttato dal cinema USA, gli anni '60. Dato che Men in Black 3 nasce come blockbuster-rimpiazzo del cancellato Spiderman 4 di Sam Raimi e la sua sceneggiatura è stata più volte riscritta in corso d'opera, era lecito attendersi un risultato che avrebbe richiesto l'uso di un neuralizzatore per rimuovere ogni traccia del film il prima possibile. Invece sorprendentemente, pur non essendo esente da difetti, MIB 3 funziona abbastanza bene e si colloca maggiormente vicino al capostipite del 1997 che all'orrendo sequel. Bisogna subito sottolineare che la sceneggiatura è di una semplicità inaudita, tuttavia il film riesce a mantenere un'energia frenetica e il ritmo giocoso per buona parte del film, concedendosi persino qualche momento dolceamaro. A tale proposito vengono alla luce alcuni retroscena che chiariscono la dimensione paterna che il personaggio di K assumeva nei confronti di J nel primo film. Il rammarico maggiore è che la New York del 1969 recava in sé tutta una serie di possibilità che, o per pigrizia o per mancanza di coraggio, sono appena abbozzate. Le potenzialità c'erano, solo che non vengono sfruttate a dovere. Per esempio, lo spaesamento di un afroamericano di oggi alle prese con una società per molti versi bigotta e razzista resta confinato in una gag e mezzo e la vena pop è piuttosto sottotono. È la stessa New York del 1969 ad essere poco dettagliata. Togliendo l'approssimarsi del lancio dell'Apollo 11, qualche auto d'epoca e il divertente incontro con Andy Warhol intento a fotografare modelle aliene nella Factory, non si ha molto l'impressione di trovarsi nel passato.

Nel cast spicca la performance di Josh Brolin, che interpreta il giovane ma non per questo più loquace agente K. Brolin fornisce un'emulazione praticamente perfetta del lavoro svolto da Tommy Lee Jones sul personaggio. Neanche a dirlo, il film poggia sulle sue spalle e quelle di Will Smith, che quando la smette di credersi l'attore serio che non è e ritorna alla sua dimensione originaria se la cava benone. Una breve partecipazione anche per Tomyy Lee Jones il cui ruolo è stato largamente e saggiamente ridimensionato. I segni del tempo si vedono eccome. La scelta è assolutamente condivisibile, appare chiaro che la stanchezza del personaggio è la stanchezza dell'attore. Jemaine Clement, sepolto sotto tonnellate di make-up, veste i panni del cattivo di turno, Boris l'animale, un tamarro tutto un digrignare di denti che spara aculei dal palmo delle mano. Con l'escamotage del viaggio del tempo i Boris diventano due ma anche sommandoli insieme non fanno un villain da ricordare: nulla a che vedere con Vincent D'Onofrio/Edgar. Il primo incontro tra le due versioni è un esplicito omaggio a Ritorno al futuro, quando il vecchio Biff del futuro mette in riga la sua avventata controparte giovane.
Quando Men in Black 3 venne annunciato, mi limitai, come penso molti altri, a fare spallucce. Forse è stata proprio la mancanza di aspettative che mi ha permesso di godermi appieno questo viaggio nel tempo, tema trito e ritrito. A prescindere dalla banalità della trama, non ci si annoia, le battute più o meno riuscite ci sono, Josh Brolin è un valore aggiunto e Mick Jagger è un alieno giunto sulla Terra per inseminare femmine umane. Che altro si può chiedere da un film come questo?

p.s.: palesemente indirizzati alla versione 3D sono il vorticoso salto temporale e la scollatura di Nicole Scherzinger.

sabato 14 luglio 2012

Trailer per l'action post-apocalittico The Day

Scomparso per qualche tempo dai radar, The Day si ripresenta con un nuovo trailer e una data d'uscita nei cinema statunitensi fissata per il 29 agosto, sempre che non sia disponibile prima tramite VOD. Per il suo terzo lungometraggio Douglas Aarniokoski (Highlander: Endgame) sceglie il futuro post-apocalittico. In un contesto votato all'azione, The Day segue, nell'arco di ventriquattr'ore, la lotta per la sopravvivenza di alcuni superstiti alla prese con un gruppo di cannibali guidati dal Padre (Michael Eklund, bravissimo in The Divide). Il cast comprende inoltre Dominic Monaghan (Il signore degli Anelli), Ashely Bell (L'ultimo esorcismo), Shawn Ashmore (X-Men - Conflitto finale) e Shannyn Sossamon (Le regole dell'attrazione).

mercoledì 4 luglio 2012

Aleksander Nordaas' In Chambers

Bak lukkede dører
Norvegia, 2008, colore, 9 min
Scritto e diretto da Aleksander Nordaas








video

Bella variante di Stay, non c'è che dire. Quest'anno Nordaas è tornato alla carica con Thale, un'altra incursione nel folklore scandinavo dopo i troll del 2010. Stavolta tocca alla huldra con la sua simpatica coda.


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