Visualizzazione post con etichetta Blockbuster. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Blockbuster. Mostra tutti i post

domenica 4 novembre 2012

Resident Evil: Retribution - Recensione

Resident Evil: Retribution
Germania/Canada, 2012, colore, 96 min
Regia: Paul W.S. Anderson
Scenggiatura: Paul W.S. Anderson
Cast: Milla Jovovich, Sienna Guillory, Michelle Rodriguez, Bingbing Li, Boris Kodjoe, Johann Urb, Kevin Durand, Oded Fehr, Shawn Roberts

I film della serie Resident Evil non hanno mai brillato in quanto a storia ma in quest'ultimo capitolo viene abbandonata totalmente qualsiasi pretesa di plot per concentrarsi unicamente su una sequela di momenti d'azione pompatissimi quanto a lungo andare monotoni e interminabili. Tenendo conto della struttura di Retribution, mai come in questo caso è corretto parlare di livelli più che di scene. Nemmeno il precedente capitolo, Resident Evil: Afterlife si era spinto a tanto. D'altro canto, e lo dico non senza rammarico, la saga videoludica ha intrapreso un percorso di abbandono della struttura da Survival Horror che l'ha portata nel corso degli anni ad uniformarsi sempre più con quanto ci viene proposto da Anderson. In questo contesto dove le sequenze si configurano come forsennate e convulse sessioni di gioco action, i cari vecchi zombie dall'andatura claudicante sarebbero fuori posto. Vengono rimpiazzati da qualche umano infetto tarantolato che si immola come carne da macello, destinato a lasciare spazio alla propensione al gigantismo del bestiario geneticamente modificato di Anderson, che rispolvera, raddoppiandole di numero o di dimensioni, alcune vecchie conoscenze.   L'introduzione di Retribution riprende l'epilogo del quarto capitolo, riproponendolo ed estendendolo tramite ralenti al contrario per fare capire che alla regia c'è lui, Paul W.S. Anderson, e un'ossessione è un'ossessione. Segue riassunto delle puntate precedenti per chi volesse sentire la voce di Milla/Alice per più di cinque secondi, ossia la durata media delle battute che pronuncia nel resto del film. Al termine del riepilogo troviamo un allegro quadretto familiare con un'inedita Alice in versione casalinga danarosa, il marito Carlos (Oded Fehr) e la figlia sordomuta Becky. L'idillio è destinato ben presto a finire quando il sobborgo residenziale viene invaso da un'orda di infetti. Mentre Carlos mutato sta per posare i tentacoli su di lei, si conclude questa piccola parentesi senza colpi di kung-fu e spacconate. Uno dei test del “Progetto Alice” è finito. Il nuovo clone della protagonista si sveglia (coperta solo da un fazzoletto di tessuto, come da prassi) all'interno dell'enorme base sottomarina della Umbrella Corporation situata sotto i ghiacci. Da qui in avanti si assiste unicamente al tentativo di fuga verso la superficie attraverso una serie di stage (le repliche di Tokyo, New York, Mosca e del sobborgo iniziale) tra Licker anabolizzati, raccordi tra le scene affidati alla solita mappa tridimensionale e ininfluenti ritorni di personaggi. Tramite l'espediente della clonazione c'è di nuovo spazio, stavolta tra le fila dei cattivi, per Michelle Rodriguez, Colin Salmon e qualcun altro. Un'operazione inutile che non va al di là del riconoscimento visivo perché nessuno ha un personaggio da interpretare. Stesso discorso vale per i componenti della squadra di recupero che vede tra le sue fila un paio di new entry buttate dentro a casaccio (Leon Kennedy, Barry Burton). Burton interpretato da Kevin Durand è l'unico che abbia un briciolo di caratterizzazione. Ma non c'è tempo da perdere con queste inezie, Anderson va troppo di fretta, ansioso di condurci al prossimo scontro. Una concezione che si muove nella direzione inversa rispetto a certe produzioni videoludiche odierne che ricercano un'attenzione narrativa e contenutistica sempre maggiore per farsi veicolo di emozioni ma anche di riflessioni. Qui al massimo si riflette su quanto prudesse a Milla la tutina in latex. Anche il tentativo di umanizzare Alice facendole instaurare un rapporto madre-figlia con la clone Becky resta ad un livello superficiale. Retribution come nei film precedenti pone le premesse per il capitolo successivo, il sesto ed ultimo, facendolo nel modo più spettacolare possibile. E c'è da scommetterci, sarà la versione sotto amfetamine di questo, che a sua volta è la versione sotto amfetamine di Afterlife.

domenica 15 luglio 2012

Men in Black 3

Men in Black 3
USA, 2012, colore, 106 min
Regia: Barry Sonnenfeld
Sceneggiatura: Etan Cohen
Cast: Will Smith, Tommy Lee Jones , Josh Brolin, Jemaine Clement, Emma Thompson, Michael Stuhlbarg, Alice Eve, Bill Hader

Il supercriminale alieno Boris L'animale evade dalla prigione di massima sicurezza situata sulla Luna per vendicarsi dell'agente K che quarant'anni prima l'aveva gettato in galera dopo avergli staccato un braccio. Il piano prevede un salto temporale nel passato nel tentativo di uccidere il giovane K e impedire la creazione di un sistema di difesa orbitale che ha portato la sua razza all'estinzione. L'agente J lo seguirà a ruota per salvare il collega e la Terra stessa.

Quando uno studio si rivela essere a corto di idee per un franchise, la via più comoda è quella di riportarlo indietro nel tempo, magari in un periodo storico attualmente molto sfruttato dal cinema USA, gli anni '60. Dato che Men in Black 3 nasce come blockbuster-rimpiazzo del cancellato Spiderman 4 di Sam Raimi e la sua sceneggiatura è stata più volte riscritta in corso d'opera, era lecito attendersi un risultato che avrebbe richiesto l'uso di un neuralizzatore per rimuovere ogni traccia del film il prima possibile. Invece sorprendentemente, pur non essendo esente da difetti, MIB 3 funziona abbastanza bene e si colloca maggiormente vicino al capostipite del 1997 che all'orrendo sequel. Bisogna subito sottolineare che la sceneggiatura è di una semplicità inaudita, tuttavia il film riesce a mantenere un'energia frenetica e il ritmo giocoso per buona parte del film, concedendosi persino qualche momento dolceamaro. A tale proposito vengono alla luce alcuni retroscena che chiariscono la dimensione paterna che il personaggio di K assumeva nei confronti di J nel primo film. Il rammarico maggiore è che la New York del 1969 recava in sé tutta una serie di possibilità che, o per pigrizia o per mancanza di coraggio, sono appena abbozzate. Le potenzialità c'erano, solo che non vengono sfruttate a dovere. Per esempio, lo spaesamento di un afroamericano di oggi alle prese con una società per molti versi bigotta e razzista resta confinato in una gag e mezzo e la vena pop è piuttosto sottotono. È la stessa New York del 1969 ad essere poco dettagliata. Togliendo l'approssimarsi del lancio dell'Apollo 11, qualche auto d'epoca e il divertente incontro con Andy Warhol intento a fotografare modelle aliene nella Factory, non si ha molto l'impressione di trovarsi nel passato.

Nel cast spicca la performance di Josh Brolin, che interpreta il giovane ma non per questo più loquace agente K. Brolin fornisce un'emulazione praticamente perfetta del lavoro svolto da Tommy Lee Jones sul personaggio. Neanche a dirlo, il film poggia sulle sue spalle e quelle di Will Smith, che quando la smette di credersi l'attore serio che non è e ritorna alla sua dimensione originaria se la cava benone. Una breve partecipazione anche per Tomyy Lee Jones il cui ruolo è stato largamente e saggiamente ridimensionato. I segni del tempo si vedono eccome. La scelta è assolutamente condivisibile, appare chiaro che la stanchezza del personaggio è la stanchezza dell'attore. Jemaine Clement, sepolto sotto tonnellate di make-up, veste i panni del cattivo di turno, Boris l'animale, un tamarro tutto un digrignare di denti che spara aculei dal palmo delle mano. Con l'escamotage del viaggio del tempo i Boris diventano due ma anche sommandoli insieme non fanno un villain da ricordare: nulla a che vedere con Vincent D'Onofrio/Edgar. Il primo incontro tra le due versioni è un esplicito omaggio a Ritorno al futuro, quando il vecchio Biff del futuro mette in riga la sua avventata controparte giovane.
Quando Men in Black 3 venne annunciato, mi limitai, come penso molti altri, a fare spallucce. Forse è stata proprio la mancanza di aspettative che mi ha permesso di godermi appieno questo viaggio nel tempo, tema trito e ritrito. A prescindere dalla banalità della trama, non ci si annoia, le battute più o meno riuscite ci sono, Josh Brolin è un valore aggiunto e Mick Jagger è un alieno giunto sulla Terra per inseminare femmine umane. Che altro si può chiedere da un film come questo?

p.s.: palesemente indirizzati alla versione 3D sono il vorticoso salto temporale e la scollatura di Nicole Scherzinger.

lunedì 28 maggio 2012

Sector 7

7 gwanggu
Corea del Sud, 2011, colore, 118 min
Regia: Ji-hun Kim
Sceneggiatura: Je-gyun Yun
Cast: Ji-won Ha, Sung-kee Ahn, Ji-ho Oh, Ae-ryeon Cha, Han-wi Lee

Se sommiamo le parole monster movie e Corea del Sud, il risultato, inevitabile, sarà The Host (Gwoemul). Il bel film di Joon-ho Bong, risalente ormai al 2006, è capace di amalgamare perfettamente non solo generi ma anche registri diversi: si passa dall'allegria al dramma in pochi attimi, si riflette sui legami familiari, ci si emoziona. Nessuno si sarebbe aspettato qualcosa del genere da un film con mostro mutato emerso dal fiume Han. Sector 7 non è The Host, è un b-movie d'azione di quelli beceri e al massimo ci si può interrogare su quale scena sia più demenziale o quale blockbuster hollywoodiano stiano plagiando in quel determinato momento.

Premetto che i sottotitoli in inglese impressi sul video della mia versione seguono regole note solo ai traduttori automatici. Per quel poco che c'è da capire bastano e avanzano.
Hae-jun (Ji-won Ha) è una ragazza che ha deciso di seguire le orme padre, morto in circostanze poco chiare, lavorando su una piattaforma petrolifera con laboratorio di ricerca annesso. La vita le piace così, in mezzo al grasso, al petrolio e alle trivelle. Freudiano o meno, condivisibile o meno, mi pare comunque più dignitoso che lucidare pali da lap dance in note ville sotto lo sguardo di statuette di Priapo. Negli intervalli tra una trivellazione e l'altra, la noia regna sovrana e la nostra Hae si lancia in trashissime corse in moto (noto passatempo su qualsiasi piattaforma petrolifera che si rispetti) insieme al suo innamorato Dong-soo (Ji-ho Oh). Magnifico vederla sterzare a cavallo di una moto immobile mentre lo schermo alle sue spalle proietta un rettilineo.
Dell'equipaggio di macchiette blateranti fa parte anche un ritardato pervertito, la cui collocazione professionale non ci è dato sapere. Semplicemente va bighellonando per la base e ogni tanto funge da punchball umano per combattere lo stress lavorativo di tutti i giorni. Comunque non importa. Quel che importa è che verrà subito etichettato come colpevole quando il mostraccio di turno verrà risvegliato e comincerà a mietere vittime. Giusto per allungare il brodo, come se il film non fosse già abbastanza lungo e snervante di suo. Intanto lo zio di Hae (Sung-kee Ahn), un pezzo grosso della compagnia petrolifera universalmente riconosciuto come il figo della situazione nel suo giubbetto Weyland-Yutani farlocco, atterra sulla piattaforma e pare saperla lunga. Finalmente il mostro si palesa e comincia ad accoppare tutti. È identico a quello di The Host con l'aggiunta di una lunga lingua e tentacoli stile hentai che secernono un liquido che tutti pensano sia sperma ed invece è un liquido infiammabile, il carburante del futuro. Che cosa starà mai combinando la compagnia? In laboratorio segue chiarimento zio-nipote su sorte del fratello-padre. Il linguacciuto mostro afferra linguescamente lo zio e lo fa roteare come una trottola. Lui da vero figo qual è, mentre gira vorticosamente afferra al volo una bottiglia di acido solforico posta tra decine di altre bottiglie e la scaglia sulla creatura. Poi esce di scena per riapparire random in altre occasioni armato di lanciafiamme. E non pensate che si finita qui, siamo appena a metà film. Esaurita la comicità involontaria resta solo il lungo calvario per l'eliminazione del mostro. Siete avvertiti.
Per essere il primo film coreano in 3D è un ottimo inizio, non c'è che dire.

venerdì 13 aprile 2012

A volte ritornano...

Ed eccomi di ritorno. Dopo un lungo silenzio dovuto a molto, molto lavoro e un nuovo blog finto esistenzialista che almeno mi sta dando qualche soddisfazione economica nonostante lo odii profondamente insieme a tutti gli adolescenti, o almeno spero per loro che lo siano, decerebrati che lo frequentano, è ora di tornare nei tranquilli e, ahimè, trascurati lidi di Freezone. Naturalmente non chiuderò l'altro blog perchè sono un venale bastardo (ci tengo a precisare che era nato con le migliori intenzioni comunque) ma nemmeno lascerò Freezone al suo destino come uno Schettino qualsiasi. Sempre nella speranza che questa spinta propositiva non faccia la stessa fine dei buoni propositi di inizio anno. Beh, chi vivrà vedrà. Ne approfitto per chiedere scusa ai quattro gatti che hanno chiesto mie notizie per mail ricevendo in risposta solo il più assoluto silenzio interepretato come menefreghismo. Non ve la prendete a male, trascurato il blog, trascurata la mail che fa capo al blog. Semplice.
Il tempo è tiranno quindi vi lascio con il meglio e il peggio di questi giorni di quiete. A presto!


ARIRANG
Qualche settimana fa l'amico Ralph con tono giustamente accalorato mi parla di questo documentario di uno dei nostri registi di culto, quello sciroccato di Kim Ki-duk, il prezzemolino festivaliero per eccellenza, e immediatamente me ne passa una copia. Ricordo ancora quando anni fa, ben prima del successo di Ferro 3, grazie a quell'altro matto asincrono di Ghezzi scoprimmo quest'uomo vedendo L'isola. Forse furono i personaggi quasi muti impregnati di violenza, forse la nebbiosa ambientazione lacustre che rende indimenticabili le scene oniriche, forse il fatto che eravamo fusi come delle pigne, fatto sta che fu amore a prima vista. E la pesca assunse un nuovo significato. Le proiezioni del Lumiere ci aiutarono a colmare le nostre lacune e archi, mazze da golf e lastroni di vetro infilati nella pancia divennero un immancabile appuntamento annuale fino alla sua completa sparizione nel 2008. Che fine ha fatto questo regista così prolifico e, almeno per il sottoscritto, mai dimenticato? Arirang è la risposta. Pare che sul set di Dream, durante la scena di suicidio, l'attrice protagonista stesse per rimetterci davvero le penne e il nostro, profondamente sconvolto, si sia ritirato in montagna a vivere da eremita. Siccome è innegabile che furbetto lo sia sempre stato, tenne un videodiario di questa esperienza e, conoscendolo, c'è da scommetterci che già si prefigurasse una partecipazione festivaliera, puntualmente avvenuta con tanto di premio. Se il personaggio piace, ci si passa tranquillamente sopra, in caso contrario Arirang non lo si vedrebbe nemmeno. Promosso.

L'ORA NERA
C'era davvero bisogno di questa coproduzione russo-americana che della poetica fantascienza russa non ha nulla e di Skyline ha fin troppo?
La presenza in cabina di regia di Chris Gorak, che quando scrive e dirige tira fuori dal cilindro un piccolo gioiello di paranoia da dopobomba come Right at Your Door, in questo caso non conta: questo è un blockbuster. Un blockbuster per giunta prodotto da Timur Bekmambetov, uno che non ha mai fatto un film nemmeno lontanamente decente. La trama è piuttosto semplice: quattro americani (due programmatori di software e due zoccole) scelgono il momento peggiore per visitare la Russia, ritrovandosi nel bel mezzo di un'invasione di alieni elettrici che si divertono a smaterializzare la popolazione. A fare da sfondo alla vicenda troviamo una Mosca da spot elettorale, ricca e fashion, che pare uscita da una puntata di Californication, insegne in cirillico permettendo. Purtroppo (o per fortuna) le scene con Vladimir Putin, rigorosamente a petto nudo, che scorrazza per la città in sella al suo cavallo e si fa beffe degli alieni a colpi di vodka Kremlin Award sono state tagliate all'ultimo momento. Forse verrano reinserite nella extended edition.Tirando le somme, L'ora nera scorre via, riciclando e scopiazzando, senza particolari sussulti, non raggiunge le vette di idiozia patriottica dei suoi omologhi interamente americani (tra cui spicca World Invasion: Battle Los Angeles) con i quali però perde il confronto dal punto di vista della spettacolarità. Certo ridurre problemi macroscopici, in questo caso la libertà d'espressione in Russia, a frecciatine da popcorn movie è prassi comune ma se lo potevano anche risparmiare.

domenica 4 settembre 2011

Sono il numero quattro

I Am Number Four
USA, 2011, colore, 109 min

Regia: D.J. Caruso

Sceneggiatura: Alfred Gough, Miles Millar, Marti Noxon

Cast: Alex Pettyfer, Dianna Agron, Timothy Olyphant, Teresa Palmer, Callan McAuliffe, Kevin Durand, Jake Abel


Avevo già citato senza troppa convinzione questo esemplare di fantascienza per teenager mesi fa, un tentativo, rivelatosi fallimentare, di donare alla fantascienza il suo Twilight. Il pubblico, nonostante la presenza del belloccio emergente Alex Pettyfer e della gnocca Dianna Agron, non sembra essersi particolarmente affezionato alle gesta del numero quattro e con molta probabilità i restanti numeri resteranno sulla carta dei romanzi della saga. Numero 4 è uno dei nove alieni che vengono fatti scappare dal pianeta natale Lorien prima che i perfidi Mogadorian, dei tamarri con le branchie, facciano secca l’intera popolazione. Non contenti di ciò, inseguono i fuggitivi pure sulla Terra per terminare il lavoro. Per un motivo non meglio precisato i 9 possono essere uccisi seguendo l’ordine numerico e 1,2 e 3 ci hanno già lasciato le penne, quindi se la matematica non è un’opinione… Ma come vedremo, per gli sceneggiatori e forse per chi ha scritto il libro la matematica è un’opinione. Numero 4, alias John Smith, è perennemente in fuga, accompagnato da un protettore pressoché inutile (Timothy Olyphant) e da una bestiaccia aliena sotto mentite spoglie. Dovrebbe mantenere un basso profilo ma proprio non ce la fa ad evitare di farsi immortalare mentre fa il figo sull’acquascooter o ad assecondare la mania fotografica di Dianna Agron (e mica scemo), una di quelle persone fastidiose che hanno trovato nell’obbiettivo un prolungamento del proprio essere e infischiandosene bellamente delle leggi sulla tutela della privacy fanno foto a tutto e tutti per poi pubblicarle su internet. Roba da ficcarle la macchina fotografica in gola. Nel frattempo 4 scopre che la Forza scorre potente in lui e può anche emettere fasci di luce dalle mani mentre fa salti di dieci metri. Giusto per non scontentare nessuno. Alla festicciola si aggiunge anche numero 6 (Teresa Palmer), la tipa cazzuta che i Mogadorian hanno già tentato di uccidere in barba all’ordine numerico. Sono il numero 4 stupisce fin dalla sequenza d’apertura (l’uccisione di numero 3) per la bruttezza degli effetti speciali, fatto decisamente insolito per una produzione targata Michael Bay, integrati talmente male da conferire un effetto comico. Poi le cose migliorano un po’ e si assestano su livelli che vanno dal sufficiente al mediocre. Stupisce anche come non si tenti nemmeno di abbozzare uno dei tradizionali cavalli di battaglia di queste produzioni vietate ai maggiori di sedici anni, il rapporto padre-figlio. Non che se ne senta la mancanza, comunque. In compenso i personaggi cambiano soventemente e inspiegabilmente atteggiamento a seconda di come girava agli sceneggiatori. Vogliamo parlare del capo della squadra di football nonché bulletto patentato? Prima mostra un’ossessione patologica alla stregua di uno stalker nei confronti della sua ex Dianna Agron, tormenta 4 e non contento cerca di farlo pestare dall’intera squadra di football; e nel finale cosa fa? Si trasforma in un agnellino e tutto tranquillo osserva i due piccioncini che gli si slinguazzano davanti. Mah…
Mi fermo qui, tanto la saga dovrebbe essere stata stroncata sul nascere.

mercoledì 6 gennaio 2010

Sherlock Holmes - Recensione

Sherlock Holmes
USA, 2009, colore, 128 min
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Michael Robert Johnson, Anthony Peckham
Cast: Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Kelly Reilly

Si ritorna al 221b di Baker Street. La creatura più famosa nata della penna di Sir Arthur Conan Doyle è pronta per una nuova incarnazione cinematografica in questo blockbuster action-ironico che non poteva che fare la sua apparizione durante il periodo festivo. Nella Londra vittoriana, il rinomato detective Sherlock Holmes (Robert Downey Jr.) aiutato dal fido Dr. Watson (Jude Law) arresta il misterioso Lord Blackwood nel bel mezzo di un rito sacrificale. Blackwood viene condannato all’impiccagione ma quando la sua tomba viene trovata forzata dall’interno e un testimone oculare lo vede andare in giro come se nulla fosse, il nostro campione di logica deduttiva non può che rallegrarsi per aver trovato un caso alla sua altezza. Al timone di questo nuovo franchise di successo troviamo quel Guy Ritchie che ha costruito la sua carriera con film, incentrati su piccoli criminali del caotico sottobosco malavitoso londinese, impregnati di ironia spaccona e con una sgargiante resa visiva. La scelta poteva sembrare azzardata, ma si è rivelata vincente. Ritchie stupisce con una ricostruzione a tinte dark riccamente particolareggiata di una Londra al massimo della sua gloria industriale e della decadenza sociale a tutti i livelli. Chiudono il cerchio sette massoniche dedite all’occulto e un vago sapore steampunk. La figura di Holmes, pur mantenendo intatto l’acume che da sempre la contraddistingue, viene riplasmata per adattarsi il più possibile a Robert Downey Jr. Ne viene fuori un Holmes decisamente eccentrico, dall’ego smisurato e la lingua tagliente che fonde insieme l’uomo d’ingegno e quello d’azione. La parte più riuscita del film è rappresentata dal rapporto ottimamente concepito tra Holmes e Watson. Il loro continuo rimbeccarsi a vicenda e l’alchimia creatasi tra i due attori danno alla pellicola una marcia in più. Jude Law svolge un lavoro meno appariscente ma di gran lunga migliore di quello del collega che risulta fin troppo autocompiaciuto e lasciato a briglia sciolta, sempre pronto ad esibire ruffianamente una faccetta buffa.
La trama è incredibilmente lineare e i vari misteri vengono svelati con cura certosina meglio di una puntata di CSI. Fa la sua comparsa anche l’arcinemico di Holmes, il Dr. Moriarty, il cui volto viene furbescamente lasciato nell’ombra. Le speculazioni su chi lo interpreterà nel sequel sono già aperte.
Le basi sono state poste, adesso toccherà a Ritchie osare di più nei capitoli successivi.

mercoledì 18 novembre 2009

2012 - Recensione

2012
USA, 2009, colore, 158 min

Regia: Roland Emmerich

Sceneggiatura: Roland Emmerich

Cast: John Cusack, Chiwetel Ejiofor, Amanda Peet, Oliver Platt, Thandie Newton,
Danny Glover, Woody Harrelson

Come previsto dal calendario Maya, la fine del mondo è vicina. Lo smottamento delle placche terrestri, causato dal surriscaldamento del nucleo in seguito a una violenta eruzione solare, e i conseguenti tsunami non lasceranno scampo alla popolazione mondiale.
Tre anni prima del fatidico evento i governi del pianeta si adoperano in segreto per garantire la sopravvivenza della specie. Per la modica cifra di un milione di euro, i potenti della terra potranno assicurarsi un biglietto per le novelle Arche di Noè realizzate in Cina. Roland Emmerich non si lascia sfuggire l’ennesima occasione per sconquassare la Terra in questa catastrofica macchina per fare soldi e, visti gli incassi, per assicurarsi il suo posto sull’arca. Inutile dire che il requisito essenziale della visione è lo spegnimento del cervello per i quasi 160 minuti del film in modo da poter godere appieno delle deliranti ed esagerate scene d’azione. La suspension of disbelief naturalmente è d’obbligo così come la visione su grande schermo e un volume degno di un concerto dei Motorhead. Gli spettacolari effetti speciali, tra eruzioni vulcaniche, terremoti, grattacieli e monumenti celebri che crollano, non deluderanno di certo gli appassionati del genere. I protagonisti sono assolutamente fedeli agli standard di Emmerich, che vogliono l’uomo comune in circostanze straordinarie. Gli eroi duri e puri che sfornano battute tamarre a raffiche rimangono una prerogativa del collega Michael Bay. Spetterà dunque a Jackson Curtis (John Cusack), misconosciuto scrittore separato e padre di due figli, il compito di dare il buon esempio incarnando quell’umanità che quando la catastrofe si avvicina deve assolutamente riscoprire i valori fondamentali, in primo luogo la famiglia. Seguiremo quindi il prode Jackson fino in Cina, con ex moglie e prole al seguito, in cerca della salvezza. Naturalmente i personaggi seguono clichè talmente consolidati che la loro sorte è un libro aperto. Vale un’unica regola: più le azioni da intraprendere sono stupide e pericolose più ci si getta a capofitto. Motivo per cui gli aerei devono per forza passare in mezzo a due palazzi che crollano piuttosto che girarci attorno. Ma il nostro Jackson è un uomo pieno di risorse. Non solo, nonostante la pancetta, è in grado di prodursi in sprint degni di Usain Bolt ma è anche un provetto guidatore che riesce a far spiccare balzi sia alle limousine che addirittura ai camper. Chiudono il cerchio i potenti della terra tra i quali troviamo un presidente nero inevitabilmente nobile d‘animo (Danny Glover), una sosia della Merkel con 30 chili di meno e dulcis in fundo un premier italiano (strano mix tra Dario Argento e Dini) che deciderà di aspettare la fine del mondo in preghiera vicino al suo popolo (!). Difficile dire se la scelta sia stata dettata dall’ironia o dalla stereotipata concezione che gli americani hanno dell’Italia e del resto del mondo in generale.
Già in previsione un sequel, 2013, sotto forma di miniserie televisiva
.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...