Battle: Los Angeles
USA, 2011, colore, 116 min
Regia: Jonathan Liebesman
Sceneggiatura: Christopher Bertolini
Cast: Aaron Eckhart, Ramon Rodriguez, Cory Hardrict, Jim Parrack, Ne-Yo, Bridget Moynahan, Michael Peña, Michelle RodriguezQuando parliamo di retorica vuota e patriottismo spicciolo gli americani non hanno praticamente concorrenza. Basterebbe questa frase per liquidare World Invasion: Battle L.A. per quello che è: uno spot per l’arruolamento nel corpo dei Marines degli Stati Uniti lungo quasi due ore. Non a caso il genere dell’invasione aliena ben si presta a simili operazioni di propaganda in quanto è estremamente semplice tenere distinti i buoni dai cattivi. Nessuna macchia può adombrare la figura degli eroici Marine quando si trovano di fronte ad una violenza così cieca, feroce, che non ammette mediazioni e può solo essere combattuta con altra violenza. Così è tutto più facile, no?
Battle L.A. è stato descritto, da una dei quelle frasi ad effetto che precedono il lancio di un film, come un Black Hawk Down con gli alieni. E fin da subito il film del 2001 viene “omaggiato” con l’approssimarsi in elicottero del plotone di soldati capitanato dal sergente Michael Nantz (Aaron Eckhart) alla zona di guerra che un tempo era la città di Los Angeles, ora pullulante di alieni. Peccato che Jonathan Liebesman non sia Ridley Scott, capace con l’aiuto del montatore Pietro Scalia (giustamente premiato con l’Oscar per l’occasione) di trasformare l’incursione degli elicotteri a Mogadiscio nell’approdo in un territorio alieno, degno di un film di fantascienza. Qui ci dobbiamo accontentare del faccione di Eckhart, improbabile soldato. Il degno erede di Bill Pullman, con quella faccia da WASP, in tenuta mimetica è veramente poco credibile, però sei hai già salvato il mondo una volta (The Core) puoi tranquillamente ripeterti. Un flashback ci riporta indietro di 24 ore, prima che un’annunciata pioggia di meteore si trasformi in contatto alieno, giusto in tempo per fare la conoscenza dei baldi giovani soldati, i soliti insopportabili esaltati. Sono minuti di infinita agonia, resi meno pesanti dalla speranza che presto creperanno tutti. Poi si passa all’azione, con le epiche battaglie su larga scala alla Independence Day sostituite da una feroce guerriglia tra gli edifici diroccati della città (un doveroso plauso alle scenografie di Peter Wenham), la camera a mano a seguire da vicino i personaggi ed un confusionario montaggio ad unire il tutto. Nel caso i retorici dialoghi e le battute su John Wayne (e ho detto tutto) non abbiano già nauseato abbastanza, ci pensa l’insistito ricorso alla shaky camera a far venire il mal di mare. Ma è quando Eckhart diviene protagonista indiscusso della scena che bisogna incominciare a tremare. Sulla demenziale autopsia aliena effettuata direttamente sul campo per scoprire punti deboli si può sorvolare ma quando il prode sergente comincia ad elencare i soldati caduti per nome, grado e numero di matricola, il livello glicemico arriva ben oltre i livelli di guardia, tanto da sforare il limite tra cattivo gusto e demenzialità involontaria. Gli effetti speciali sono in linea con altre produzioni ad alto budget sebbene sappiano di già visto: le solite forme di vita biomeccaniche cha vanno di moda negli ultimi tempi condite con droni vari. Questi alieni poi, saranno pure tecnologicamente progrediti ma non brillano certo per scaltrezza dato che lasciano il centro di comando così sguarnito. Tirando le somme, se dovessimo confrontare Battle L.A. con l’analogo Skyline ci sarebbe l’imbarazzo della scelta. Il film dei fratelli Strause è scadente, dal budget limitato ma in fin dei conti innocuo. Qualcuno potrebbe obiettare che la presunzione che gli effetti speciali possano sopperire al nulla più totale tanto innocua non è, ma questo è un altro discorso. In Battle L.A. è invece meglio concentrarsi unicamente su questi. Per chi ce la fa.
Irritante, tremendamente irritante.