venerdì 10 giugno 2011

Navigator - Un'odissea nel tempo - Recensione

The Navigator: A Medieval Odyssey
Australia/Nuova Zelanda, 1988, bianco e nero/colore, 90 min

Regia: Vincent Ward

Sceneggiatura: Kely Lions, Geoff Chapple, Vincent Ward

Cast: Bruce Lyons, Hamish McFarlane, Marshall Napier, Noel Appleby, Chris Haywood, Paul Livingston, Charles Walker


Nella Cumbria del 1348, la peste nera dilaga lasciando una scia di morte e putrefazione. In un piccolo villaggio di minatori, il giovane Griffin, i cui sogni premonitori hanno già aiutato la comunità in passato, ha una visione: la piaga risparmierà il villaggio se gli abitanti faranno un’offerta a Dio prima del sorgere del sole. Bisognerà portare una croce nella città di luce e innalzarla sulla cima di una cattedrale. Guidati dalle visioni di Griffin, un gruppo di minatori scava un tunnel verso il centro della terra e riemerge ad Auckland, in Nuova Zelanda, nel 1988. Mentre esplorano questo mondo sconosciuto, Griffin ha la visione che uno dei membri del gruppo perderà la vita prima dell’alba…

È un peccato che un regista capace di creare suggestioni visive come Vincent Ward sia finito così presto nel dimenticatoio. Nonostante i suoi film difettino spesso sotto il versante narrativo, è innegabile che Ward sia in possesso di un talento visionario e allucinato e di una maestria nel padroneggiare i giochi di luci e ombre che non molti possono vantare. Il regista neozelandese esordisce nel 1985 con Vigil, film criptico e antinarrativo, un susseguirsi di immagini filtrate attraverso le fantasie e lo sguardo ingenuo di una ragazzina che vive in un’isolata regione della Nuova Zelanda. Segue, nel 1988, Navigator, meno complesso e maggiormente appetibile a livello commerciale rispetto al film precedente. Navigator - un’odissea nel tempo, questo il titolo completo per non confonderlo con l’omonimo classico di fantascienza per ragazzi a base di bimbetti nello spazio, viene accolto da scroscianti applausi al festival di Cannes, riceve il plauso di Werner Herzog e spalanca le porte di Hollywood al suo regista. Purtroppo per lui, viene coinvolto nella stesura di quella che si rivelerà la sceneggiatura più travagliata che il cinema di fantascienza ricordi. Il film incriminato è Alien³, che finirà per essere un collage tra alcuni spunti del regista neozelandese e quelli dei duecentocinquanta sceneggiatori che di volta in volta si susseguirono nell’impresa di scrivere qualcosa di ben accetto dalla produzione (William Gibson e Walter Hill solo per citare i nomi più noti). Hollywood non era pronta per cattedrali gotiche e decadenti su pianeti boscosi popolati da monaci che rifiutano la tecnologia e un Alien concretizzazione di profezie apocalittiche, peccato. Avik e Albertine (1993) è un film sullo scontro tra culture e sulla corruzione dell’innocenza. Ce la mette tutta per scatenare emozioni ma si rivela più glaciale dei territori di provenienza del suo protagonista eschimese. Sul versante opposto troviamo invece Al di là dei sogni (1998), una robaccia melensa che sembra partorita dal peggior Spielberg in overdose da zucchero filato. Come se non bastasse c’è anche Cuba Gooding Jr. La rarefatta filmografia del regista si conclude, per ora, con il ritorno nella madrepatria e due titoli inediti in Italia, River Queen (2005), un dramma ambientato durante le Guerre Maori (d‘altronde in Nuova Zelanda, se vuoi realizzare un film a sfondo sociale di che altro potresti parlare?), e il quasi-documentario Rain of the Children (2008).

Navigator è il film che meglio di tutti sintetizza pregi e difetti del cinema di Ward. Regista di grande individualità e creatività, focalizza la sua tecnica narrativa sull’importanza fondamentale dell’immagine. Grazie ad un occhio da pittore ed un’attenzione maniacale per i dettagli pennella costantemente inquadrature di grande suggestione a cui è difficile rimanere indifferenti, attingendo dal gotico, dal barocco, senza dimenticare la lezione dei pittori fiamminghi. Purtroppo Ward è maggiormente impegnato nella creazione di una sontuosa impalcatura visiva che a organizzare le scene in maniera fluida. Per fare un esempio, poco dopo che i nostri medievali giungono nella Auckland moderna, Connor, il fratello di Griffin, decide di cercare la cattedrale per i fatti suoi e il gruppo si divide. Si ha l’impressione che le parti che lo riguardano vengano inserite forzatamente e un po’ a casaccio nella narrazione solo perché esteticamente notevoli. Altre scene invece avrebbero necessitato di una sforbiciata, soprattutto per quanto riguarda la parte moderna, come quando il gruppo deve fare i conti con l’attraversamento di un’autostrada trafficata. D’accordo che rappresenta il primo impatto con una realtà incomprensibile per uomini del XIV secolo ma non ci si possono perdere dieci minuti di cui la metà spesi in dialoghi assolutamente inutili. Eppure nonostante i dialoghi spesso superflui si finisce con l’affezionarsi a questi personaggi (a parte Ulf il ritardato) che fanno i discorsi deliranti di chi ha una visione ancora teocentrica del mondo ma in fondo risultano simpatici nella loro ingenuità. Azzeccata la scelta del cast con le loro facce… medievali. Non conosco nessuno degli attori ma pare che sia gente piuttosto famosa in Australia e Nuova Zelanda.
Il passaggio tra passato e presente viene reso anche cromaticamente con il passaggio dal bianco e nero sgranato dell’epoca medievale ai colori allucinati della parte moderna che contribuiscono ad esaltare il senso di spaesamento dei medievali nei confronti di un mondo che ai loro occhi appare come un incubo luminoso. La sceneggiatura presenta metafore di facile lettura (l’AIDS come nuova peste nera) e indugia abbondantemente sullo scontro con i “mostri” del presente: automobili, un sottomarino nucleare che emerge nella baia di Auckland (!) mentre quei poveri disgraziati si trovano su una barca a remi, bracci meccanici in una discarica che assumono l’aspetto di tentacoli di bestie mitologiche.
Lontano sia dalle sferzate satiriche de I banditi del tempo di Gilliam che dall’umorismo demenziale de I visitatori, Navigator è una visione obbligata per gli amanti dei viaggi del tempo in chiave fantasy e delle favole dal finale amaro.

sabato 14 maggio 2011

Jodorowsky’s Dune, il documentario













Dal Festival di Cannes arriva la notizia che il regista Frank Pavich è al lavoro sul documentario Jodorowsky’s Dune, incentrato sul naufragato tentativo del regista cileno di adattare nel 1976 il pluripremiato romanzo di Frank Herbert. Dune avrà comunque la sua travagliata incarnazione cinematografica nel 1984 ad opera di David Lynch nel suo lavoro meno personale. Il documentario, prodotto da Snowfort Pictures, Camera One e Koch Media, offre la possibilità di addentrarsi nella visione di Jodorowsky, che avrebbe giovato della collaborazione di artisti quali Moebius e Giger.

Lo stesso Jodorowsky riporta alcuni dettagli del delirio a cui saremmo andati incontro:
“Non volevo rispettare il romanzo. Volevo ricrearlo. Per me Dune non appartiene ad Herbert così come Don Chisciotte non appartiene a Cervantes. Nella mia versione di Dune, l’imperatore della galassia è pazzo. Vive su pianeta artificiale fatto d’oro, in un palazzo d’oro costruito secondo le non-leggi dell’antilogica. Vive in simbiosi con un robot identico a lui. La somiglianza è così perfetta che i sudditi non sanno mai se si trovano di fronte l’uomo o la macchina. Nella mia versione, la spezia è una droga blu dalla consistenza spugnosa con al suo interno una forma di vita vegetale-animale dotata di conoscenza, il livello più alto di conoscenza. Non smette mai di cambiare forma, mentre si agita incessantemente. La spezia provoca continuamente la creazione di innumerevoli universi.”

I fan più intransigenti del libro avranno probabilmente tirato un sospiro di sollievo leggendo queste parole nonostante i nomi coinvolti in questo ambizioso progetto. Ricordo infatti che Moebius si sarebbe occupato del design dei costumi e dello storyboard, Chris Foss di quello delle navi spaziali e dei veicoli, H.R. Giger avrebbe dato vita al pianeta natale degli Harkonnen mentre la sceneggiatura di Dan O’Bannon avrebbe supportato il tutto.






Fonte: Twitchfilm

venerdì 13 maggio 2011

Iron Sky ha una data d’uscita!

Iron Sky, la commedia fantascientifica frutto di una coproduzione australofinnicotedesca, si ripresenta con un nuovo teaser dal titolo “We come in peace” che rivela inoltre la tanto agognata data d’uscita: 4 aprile 2012.
Iron Sky è rimasto in produzione per cinque anni, durante i quali la collaborazione con il pubblico per la creazione di contenuti, pubblicità e ovviamente per la ricerca di fondi, non è mai venuta meno. Le riprese principali in Australia e Germania sono terminate quest’inverno ed il film è attualmente in fase di post-produzione con la prima fase di montaggio ultimata. Adesso la palla passa alla Energia Production, la compagnia con sede in Finlandia responsabile degli effetti speciali.
Se Iron Sky raggiungerà quantomeno il livello d’intrattenimento di Cargo potrò ritenermi soddisfatto.



giovedì 5 maggio 2011

World Invasion: Battle Los Angeles - Recensione

Battle: Los Angeles
USA, 2011, colore, 116 min
Regia: Jonathan Liebesman
Sceneggiatura: Christopher Bertolini
Cast: Aaron Eckhart, Ramon Rodriguez, Cory Hardrict, Jim Parrack, Ne-Yo, Bridget Moynahan, Michael Peña,
Michelle Rodriguez

Quando parliamo di retorica vuota e patriottismo spicciolo gli americani non hanno praticamente concorrenza. Basterebbe questa frase per liquidare World Invasion: Battle L.A. per quello che è: uno spot per l’arruolamento nel corpo dei Marines degli Stati Uniti lungo quasi due ore. Non a caso il genere dell’invasione aliena ben si presta a simili operazioni di propaganda in quanto è estremamente semplice tenere distinti i buoni dai cattivi. Nessuna macchia può adombrare la figura degli eroici Marine quando si trovano di fronte ad una violenza così cieca, feroce, che non ammette mediazioni e può solo essere combattuta con altra violenza. Così è tutto più facile, no?
Battle L.A. è stato descritto, da una dei quelle frasi ad effetto che precedono il lancio di un film, come un Black Hawk Down con gli alieni. E fin da subito il film del 2001 viene “omaggiato” con l’approssimarsi in elicottero del plotone di soldati capitanato dal sergente Michael Nantz (Aaron Eckhart) alla zona di guerra che un tempo era la città di Los Angeles, ora pullulante di alieni. Peccato che Jonathan Liebesman non sia Ridley Scott, capace con l’aiuto del montatore Pietro Scalia (giustamente premiato con l’Oscar per l’occasione) di trasformare l’incursione degli elicotteri a Mogadiscio nell’approdo in un territorio alieno, degno di un film di fantascienza. Qui ci dobbiamo accontentare del faccione di Eckhart, improbabile soldato. Il degno erede di Bill Pullman, con quella faccia da WASP, in tenuta mimetica è veramente poco credibile, però sei hai già salvato il mondo una volta (The Core) puoi tranquillamente ripeterti. Un flashback ci riporta indietro di 24 ore, prima che un’annunciata pioggia di meteore si trasformi in contatto alieno, giusto in tempo per fare la conoscenza dei baldi giovani soldati, i soliti insopportabili esaltati. Sono minuti di infinita agonia, resi meno pesanti dalla speranza che presto creperanno tutti. Poi si passa all’azione, con le epiche battaglie su larga scala alla Independence Day sostituite da una feroce guerriglia tra gli edifici diroccati della città (un doveroso plauso alle scenografie di Peter Wenham), la camera a mano a seguire da vicino i personaggi ed un confusionario montaggio ad unire il tutto. Nel caso i retorici dialoghi e le battute su John Wayne (e ho detto tutto) non abbiano già nauseato abbastanza, ci pensa l’insistito ricorso alla shaky camera a far venire il mal di mare. Ma è quando Eckhart diviene protagonista indiscusso della scena che bisogna incominciare a tremare. Sulla demenziale autopsia aliena effettuata direttamente sul campo per scoprire punti deboli si può sorvolare ma quando il prode sergente comincia ad elencare i soldati caduti per nome, grado e numero di matricola, il livello glicemico arriva ben oltre i livelli di guardia, tanto da sforare il limite tra cattivo gusto e demenzialità involontaria. Gli effetti speciali sono in linea con altre produzioni ad alto budget sebbene sappiano di già visto: le solite forme di vita biomeccaniche cha vanno di moda negli ultimi tempi condite con droni vari. Questi alieni poi, saranno pure tecnologicamente progrediti ma non brillano certo per scaltrezza dato che lasciano il centro di comando così sguarnito. Tirando le somme, se dovessimo confrontare Battle L.A. con l’analogo Skyline ci sarebbe l’imbarazzo della scelta. Il film dei fratelli Strause è scadente, dal budget limitato ma in fin dei conti innocuo. Qualcuno potrebbe obiettare che la presunzione che gli effetti speciali possano sopperire al nulla più totale tanto innocua non è, ma questo è un altro discorso. In Battle L.A. è invece meglio concentrarsi unicamente su questi. Per chi ce la fa.
Irritante, tremendamente irritante.

martedì 3 maggio 2011

Creatura degli abissi - Recensione

DeepStar Six
USA, 1989, colore, 105 min

Regia: Sean S. Cunningham

Sceneggiatura: Lewis Abernathy, Geof Miller

Cast: Nancy Everhard, Greg Evigan, Miguel Ferrer, Nia Peeples, Matt McCoy, Cindy Pickett, Marius Weyers
,

Sul finire degli anni 80 la meta del cinema di fantascienza si sposta dal cosmo alle profondità marine, simili ad una galassia nella loro fluidità sconfinata. Nel 1989 escono infatti ben tre film con la medesima ambientazione: l’ottimo The Abyss di James Cameron, Leviathan di George P. Cosmatos e Deepstar Six, il fratellino povero ma precedente agli altri due. In cabina di regia, Sean S. Cunningham, più attivo in veste di produttore che come regista e famoso soprattutto per aver diretto il primo capitolo della saga di Venerdì 13. Ben conscio che certi film, proprio come una puntata di MacGyver, dovrebbero rimanere confinati in un angolo della memoria, e ricordati attraverso il filtro dello sguardo di un decenne decido comunque di rispolverare la mia vecchia VHS registrata dalla tv e immergermi insieme agli undici membri dell’equipaggio della base di ricerca sottomarina Deepstar Six e ai simpatici modellini che la compongono. In realtà la base, costruita dal tronfio dottor Van Gelder su commissione della marina degli Stati Uniti, oltre alla funzione di ricerca si occupa anche della costruzione di una base missilistica che con questi cattivissimi e mefistofelici russi non si scherza. La missione è quasi al termine ma viene rivelata la presenza di una cavità sottomarina custodita da una parete di roccia e i nostri furbissimi scienziati colti da un raptus di frenesia e in barba alla norme di sicurezza decidono di farla esplodere, causando non solo danni strutturali alla stazione e la messa fuori uso della camera di decompressione ma anche il risveglio di una forma di vita sconosciuta che non ha mandato giù tutto il trambusto e considera l’equipaggio, obbligato a non poter utilizzare le capsule di salvataggio col pretesto della decompressione, particolarmente succulento.
Cunningham, ovviamente per motivi di budget, decide di puntare sulla tensione fallendo miseramente e fa palesare il mostro degli abissi soltanto dopo una buona ora di film, lasciandosi finalmente andare ad un po’ di splatter. Fino ad allora al massimo si può assistere ai tentativi di mettere una pezza alle infiltrazioni d’acqua e al crescente stato di isteria di cui si fanno protagonisti un Van Gelder che vede russi da tutte le parti facendo avvampare paranoie da Guerra Fredda e soprattutto un esagitato Snyder/Miguel Ferrer che riesce a farsi menare da tutti. La prima apparizione della creatura è di quelle che si ricordano, non tanto per l’animatronic in sé che ricorda il vermone di Tremors con qualche occhio in più, quanto per il ridicolo pupazzo da quattro soldi usato per simulare il palombaro tranciato in due. Da questo punto in poi, Deepstar Six diventa tutto sommato guardabile, se non altro per la curiosità di vedere fino a che punto si può spingere l’idiozia di certi personaggi che per l’occasione si armano di shark dart (una specie di fiocina caricata con cartucce di CO2, infilzi e boom) e fucili a pompa (che come è noto sono le armi standard che uno si porta nelle missioni sottomarine). In verità più che la creatura degli abissi stessa ci pensano gli stessi membri dell’equipaggio a farsi secchi tra loro. La parte del leone è affidata a Miguel Ferrer, vera e propria scheggia impazzita, che pungola qualsiasi cosa tranne che il mostro prima di ritinteggiare le pareti di una capsula di salvataggio con i suoi fluidi corporei. Il resto dell’anonimo cast risulta non pervenuto se si esclude Nia Peeples in funzione di miss canottiera bagnata.

martedì 12 aprile 2011

Camelot

In attesa che serie qualitativamente impeccabili come Dexter, True Blood, Boardwalk Empire e Mad Men riprendano un posto fisso nei nostri sistemi di file-sharing, decido di gettarmi a capofitto nella ricerca di un riempitivo, non dico in grado di appassionare ma quantomeno di porsi come passabile intrattenimento. Per fortuna il tormentone Lost (ovvero quando si è già capito tutto a metà della prima stagione e creatore e sceneggiatori si ingegnano per farti credere che non sia così per le restanti cinque. In poche parole, una presa per i fondelli) a qualcosa è servito, mi ha reso più intransigente e due puntate sono più che sufficienti per capire l’andazzo e depennare una serie. Camelot rientra tra queste. Dopo il successo di Spartacus Blood and Sand, praticamente una copia carbone di 300 di Snyder con Spartaco al posto di Leonida, il canale Starz si cimenta questa volta con il ciclo arturiano, prendendosi qualche libertà e cercando di riproporre la fortunata formula “tette&culi über alles”. Una domanda sorge spontanea: cosa ci fa la bella Eva Green, le cui quotazioni non mi risultano essere in ribasso, in una Britannia dove fanno la loro comparsa i ciuffi emo e il giovane Artù ha un’espressione che più ebete non si può con il vuoto totale che si intravede al di là degli occhi bovini? Forse è salutare prendersi una pausa dal lavoro serio o forse è il mutuo da pagare. Il resto del cast, composto prevalentemente da attori inglesi, comprende Sean Pertwee, che ricordo con piacere in Botchet, e James Purefoy che pare essersi abbonato a film di cappa e spada (Solomon Kane, l’imminente Iron Clad). A questo punto gli autori di Camelot si sono detti: “perché Artù/Jamie Campbell Bower deve rubare la scena a tutti con il suo talento cristallino? Affianchiamogli un nome di prestigio che vesta i panni di Merlino, in modo che si senta meno solo. Joseph Fiennes, è lui l’uomo giusto!”. E infatti quando due attori di tale caratura compaiono sulla scena, il miracolo si compie, l’alchimia è totale e le lacrime scorrono copiose di fronte a tale spettacolo. Il fatto che non si capisca mai dove stiano guardando è un dettaglio insignificante.
In realtà, il buon Joseph ha preso dal fratello Ralph giusto qualche tratto somatico e non certo le doti recitative, ed è quasi impossibile affezionarsi ad un personaggio da lui interpretato (salvo forse quello in Flashforward, per cui si prova quella simpatia che va di pari passo alla compassione verso un uomo destinato a diventare cornuto senza che possa farci niente). Il suo Merlino in versione rimodernata che si fa chilometri a piedi non fa eccezione. E ora basta che questa serie è insulsa e noiosa e vado a recuperare Excalibur per disintossicarmi.


venerdì 8 aprile 2011

Mammuth - Recensione

Mammuth
Francia, 2010, colore, 92 min

Regia: Gustave Kervern, Benoît Delépine

Sceneggiatura: Gustave Kervern, Benoît Delépine

Cast: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Miss Ming, Philippe Nahon, Bouli Lanners, Anna Mouglalis, Benoît Poelvoorde


Gustave Kervern e Benoît Delépine, dopo il bellissimo Louise-Michel, tornano a parlarci del tema del lavoro ai tempi della globalizzazione, senza tradire lo spirito anarchico e anticonformista che li contraddistingue e avvalendosi di uno straordinario Gérard Depardieu che giganteggia, è il caso di dirlo, per l’intera durata della pellicola.
Serge (Gérard Depardieu), gigante silenzioso e dall’aria un po’ tonta, soprannominato Mammuth dal nome di una moto degli anni ’70, lavora nel mattatoio di un’azienda di insaccati. Dopo aver abbandonato la scuola prima della licenza liceale ed essersi cimentato in una miriade di lavori (apprendista mugnaio, becchino, buttafuori, giostraio), ha dedicato completamente gli ultimi sedici anni della propria vita al suo attuale lavoro, senza mai assentarsi un giorno né tantomeno creando alcun rapporto di amicizia. Ma a Serge sta bene così, il lavoro è il suo unico valore. Purtroppo per lui, arriva l’età pensionabile, e, dopo un’allucinante e sbrigativa cerimonia di saluto con i colleghi, figure anaffettive interessate per l’occasione unicamente a sgranocchiare patatine, e il discorso, come da manuale, letto maldestramente dal datore di lavoro, si ritrova con un puzzle di 2000 pezzi come regalo di commiato e una vita quotidiana da riempire. La moglie Catherine (la sempre brava Yolande Moreau), paziente e dal forte senso pratico che sgobba in un supermercato, resasi conto delle difficoltà di riadattamento del marito, lo convince ad intraprendere un viaggio alla ricerca dei contributi “dimenticati” da alcuni dei passati datori di lavoro, in modo da poter dimostrare di aver lavorato in tutti gli anni precedenti e godere della pensione. Rispolverata la vecchia moto, una Munch Mammuth 1200, Serge torna sui luoghi della sua adolescenza ma inizierà anche un viaggio dentro se stesso, accompagnato dal fantasma del suo amore giovanile (Isabelle Adjani), morto tragicamente in un incidente proprio con quella moto, una catarsi per rinascere a nuova vita, con maggiore autostima e libero di vivere sentimenti. Durante le tappe del suo viaggio verrà in contatto con una vasta gamma di personaggi, a volte folli a volte commoventi, quasi tutti accomunati da precarietà lavorativa e nessuna speranza di pensione facendo emergere uno spaccato sociale dominato dall’illegalità e dal lavoro nero. Menzione d’onore per la nipote poetessa Miss Ming, un concentrato di follia, ingenuità e candore, un’artista alternativa che crea strani oggetti anche di uso quotidiano e ha seppellito, su sua esplicita richiesta, il padre in giardino per poter continuare a godere della pensione. Al termine del suo percorso, Serge si renderà finalmente conto di essere stato sempre sfruttato e riuscirà a fuggire dalla gabbia in cui si era rinchiuso liberandosi dai sensi di colpa, dai fantasmi del passato e dal senso di nullità che lo aveva portato, meccanismo di difesa per rimozione, a considerare prioritario e degno di essere vissuto appieno solo il lavoro.
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