venerdì 15 aprile 2011
martedì 12 aprile 2011
Camelot
In attesa che serie qualitativamente impeccabili come Dexter, True Blood, Boardwalk Empire e Mad Men riprendano un posto fisso nei nostri sistemi di file-sharing, decido di gettarmi a capofitto nella ricerca di un riempitivo, non dico in grado di appassionare ma quantomeno di porsi come passabile intrattenimento. Per fortuna il tormentone Lost (ovvero quando si è già capito tutto a metà della prima stagione e creatore e sceneggiatori si ingegnano per farti credere che non sia così per le restanti cinque. In poche parole, una presa per i fondelli) a qualcosa è servito, mi ha reso più intransigente e due puntate sono più che sufficienti per capire l’andazzo e depennare una serie. Camelot rientra tra queste. Dopo il successo di Spartacus Blood and Sand, praticamente una copia carbone di 300 di Snyder con Spartaco al posto di Leonida, il canale Starz si cimenta questa volta con il ciclo arturiano, prendendosi qualche libertà e cercando di riproporre la fortunata formula “tette&culi über alles”. Una domanda sorge spontanea: cosa ci fa la bella Eva Green, le cui quotazioni non mi risultano essere in ribasso, in una Britannia dove fanno la loro comparsa i ciuffi emo e il giovane Artù ha un’espressione che più ebete non si può con il vuoto totale che si intravede al di là degli occhi bovini? Forse è salutare prendersi una pausa dal lavoro serio o forse è il mutuo da pagare. Il resto del cast, composto prevalentemente da attori inglesi, comprende Sean Pertwee, che ricordo con piacere in Botchet, e James Purefoy che pare essersi abbonato a film di cappa e spada (Solomon Kane, l’imminente Iron Clad). A questo punto gli autori di Camelot si sono detti: “perché Artù/Jamie Campbell Bower deve rubare la scena a tutti con il suo talento cristallino? Affianchiamogli un nome di prestigio che vesta i panni di Merlino, in modo che si senta meno solo. Joseph Fiennes, è lui l’uomo giusto!”. E infatti quando due attori di tale caratura compaiono sulla scena, il miracolo si compie, l’alchimia è totale e le lacrime scorrono copiose di fronte a tale spettacolo. Il fatto che non si capisca mai dove stiano guardando è un dettaglio insignificante. 
In realtà, il buon Joseph ha preso dal fratello Ralph giusto qualche tratto somatico e non certo le doti recitative, ed è quasi impossibile affezionarsi ad un personaggio da lui interpretato (salvo forse quello in Flashforward, per cui si prova quella simpatia che va di pari passo alla compassione verso un uomo destinato a diventare cornuto senza che possa farci niente). Il suo Merlino in versione rimodernata che si fa chilometri a piedi non fa eccezione. E ora basta che questa serie è insulsa e noiosa e vado a recuperare Excalibur per disintossicarmi.

venerdì 8 aprile 2011
Mammuth - Recensione
MammuthFrancia, 2010, colore, 92 min
Regia: Gustave Kervern, Benoît Delépine
Sceneggiatura: Gustave Kervern, Benoît Delépine
Cast: Gérard Depardieu, Yolande Moreau, Isabelle Adjani, Miss Ming, Philippe Nahon, Bouli Lanners, Anna Mouglalis, Benoît Poelvoorde
Gustave Kervern e Benoît Delépine, dopo il bellissimo Louise-Michel, tornano a parlarci del tema del lavoro ai tempi della globalizzazione, senza tradire lo spirito anarchico e anticonformista che li contraddistingue e avvalendosi di uno straordinario Gérard Depardieu che giganteggia, è il caso di dirlo, per l’intera durata della pellicola.
Serge (Gérard Depardieu), gigante silenzioso e dall’aria un po’ tonta, soprannominato Mammuth dal nome di una moto degli anni ’70, lavora nel mattatoio di un’azienda di insaccati. Dopo aver abbandonato la scuola prima della licenza liceale ed essersi cimentato in una miriade di lavori (apprendista mugnaio, becchino, buttafuori, giostraio), ha dedicato completamente gli ultimi sedici anni della propria vita al suo attuale lavoro, senza mai assentarsi un giorno né tantomeno creando alcun rapporto di amicizia. Ma a Serge sta bene così, il lavoro è il suo unico valore. Purtroppo per lui, arriva l’età pensionabile, e, dopo un’allucinante e sbrigativa cerimonia di saluto con i colleghi, figure anaffettive interessate per l’occasione unicamente a sgranocchiare patatine, e il discorso, come da manuale, letto maldestramente dal datore di lavoro, si ritrova con un puzzle di 2000 pezzi come regalo di commiato e una vita quotidiana da riempire. La moglie Catherine (la sempre brava Yolande Moreau), paziente e dal forte senso pratico che sgobba in un supermercato, resasi conto delle difficoltà di riadattamento del marito, lo convince ad intraprendere un viaggio alla ricerca dei contributi “dimenticati” da alcuni dei passati datori di lavoro, in modo da poter dimostrare di aver lavorato in tutti gli anni precedenti e godere della pensione. Rispolverata la vecchia moto, una Munch Mammuth 1200, Serge torna sui luoghi della sua adolescenza ma inizierà anche un viaggio dentro se stesso, accompagnato dal fantasma del suo amore giovanile (Isabelle Adjani), morto tragicamente in un incidente proprio con quella moto, una catarsi per rinascere a nuova vita, con maggiore autostima e libero di vivere sentimenti. Durante le tappe del suo viaggio verrà in contatto con una vasta gamma di personaggi, a volte folli a volte commoventi, quasi tutti accomunati da precarietà lavorativa e nessuna speranza di pensione facendo emergere uno spaccato sociale dominato dall’illegalità e dal lavoro nero. Menzione d’onore per la nipote poetessa Miss Ming, un concentrato di follia, ingenuità e candore, un’artista alternativa che crea strani oggetti anche di uso quotidiano e ha seppellito, su sua esplicita richiesta, il padre in giardino per poter continuare a godere della pensione. Al termine del suo percorso, Serge si renderà finalmente conto di essere stato sempre sfruttato e riuscirà a fuggire dalla gabbia in cui si era rinchiuso liberandosi dai sensi di colpa, dai fantasmi del passato e dal senso di nullità che lo aveva portato, meccanismo di difesa per rimozione, a considerare prioritario e degno di essere vissuto appieno solo il lavoro.
sabato 2 aprile 2011
L'angolo dell'avventuriero: Gemini Rue
Alla fine Gemini Rue, precedentemente conosciuto con il titolo di Boryokudan Rue, è giunto alla tanto agognata commercializzazione grazie al supporto della Wadjet Eye Games. Se venite riscaldati da un alone nostalgico al solo sentire nominare le parole VGA e Beneath a Steel Sky continuate pure a leggere. Gemini Rue è un’avventure grafica indipendente di genere neo-noir fantascientifico che deve molto al sopracitato classico dei Westwood Studios e a Blade Runner sia videogame che film. Ci troveremo a vestire i panni di due personaggi le cui vicende sono strettamente connesse: Azriel Odin, poliziotto dall’oscuro passato e Delta-Six, cavia di una struttura segreta di riabilitazione. Il primo si muove sulla superficie del piovoso (bello a tale proposito il plug-in della pioggia) pianeta Barracus alla ricerca di informazioni sul fratello scomparso, il secondo, a cui è stata cancellata la memoria, è guidato dall’unico imperativo di fuggire dalla sua prigionia. Gemini Rue si configura come una classica avventura punta e clicca inframezzata da sporadiche sezioni, gestite tramite tastiera, che prevedono scontri a fuoco giusto per aggiungere un po’ di varietà al gameplay (per i più impediti è possibile abbassarne il livello di difficoltà). Gli enigmi sono strettamente logici e, vuoi anche per la ristretta quantità di locazioni, rimanere bloccati in un dato punto del gioco è pressoché impossibile. Si tratta perlopiù di utilizzare i terminali sparsi per il gioco in modo da ottenere informazioni preziose, di manipolare fisicamente altri personaggi facendo compiere loro una determinata azione (come in Lure of the Temptress, Joshua Nuernberger è fissato coi Westwood e su questo non ci piove) e di tenere a mente che i protagonisti non sono MacGyver e i metodi brutali sono incoraggiati. Arrovellarsi cercando le combinazioni più improbabili degli oggetti presenti nell’inventario non appartiene a Gemini Rue, perché semplicemente non si possono combinare. La storia, che poi è l’elemento cardine del genere, è ben raccontata sebbene sia pesantemente derivativa e presenti un grado di coinvolgimento che si attesta su livelli standard. Non è noiosa, grazie anche a dialoghi che vanno diritti al sodo senza perdersi in lungaggini di sorta, ma i colpi di scena, se così li vogliamo chiamare, sono tutt’altro che imprevedibili. Riesce comunque a stimolare il giocatore nella prosecuzione dell’avventura dato che il comparto grafico, volutamente in bassa risoluzione, leggasi datato (personaggi tutti uguali, locazioni spesso anonime e ripetute), unito ad un coefficiente di sfida che vira verso il basso, non rappresenta certo un incentivo. Il problema di Gemini Rue è che sembra puntare unicamente sull’effetto nostalgia e non presenta contenuti in grado di far scattare la scintilla come avviene in giochi come The Whispered World, favola poetica e toccante, e Downfall, avventura indie dallo stile schizzassimo e splatter. Se poi aggiungiamo che il prezzo, come tutti i giochi Wadjet Eye, è fin troppo alto per quattro orette di gioco (7-8 ore un corno), l’acquisto è da prendere con le molle.mercoledì 30 marzo 2011
TRON: Legacy - Recensione
TRON: LegacyUSA, 2010, colore, 125 min
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Edward Kitsis, Adam Horowitz
Cast: Jeff Bridges, Garrett Hedlund, Olivia Wilde, Bruce Boxleitner, James Frain, Beau Garrett, Michael Sheen, Anis Cheurfa, Cillian Murphy
Le luci blu al neon che si stagliano sullo sfondo nero ci sono, gli omaggi al precursore del 1982 e le citazioni degli ultimi venti anni di cinema di fantascienza ci sono, l’onnipresente latex che riveste le fanciulle c’è, la colonna sonora dei Daft Punk con tanto di cameo dei due alfieri della dance elettronica pure, gli effetti speciali che aggiornano splendidamente le linee vettoriali da videogame degli esordi del primo Tron ci sono. La domanda che ci si pone a questo punto è una: Tron Legacy è in possesso di una trama e di personaggi in grado di appassionare lo spettatore? Non ci sperate. Gli sceneggiatori hanno capito che ricorrere al cocktail Matrix, suddiviso equamente tra spettacolari scene d’azione, filosofia new age d’accatto e vestiario cool, è il modo migliore per non scontentare nessuno. Danno anche il contentino ai geek più irriducibili inventandosi delle creature biodigitali chiamate ISO (isomorphic algorithms), senza dimenticare che la Disney è la Disney e, per quanto ridotto all’osso, un travagliato rapporto padre-figlio deve esserci per contratto e obbligatoriamente deve giungere ad una felice risoluzione. Kevin Flynn (Jeff Bridges), il geniale creatore di videogame rinchiuso da molti anni (o meglio dire cicli) nell‘universo virtuale da lui stesso creato, viene tratteggiato in maniera assai diversa rispetto al primo film. Da simpatico sbruffone si trasforma dapprima (nei flashback) in una sorta di messia dei poveri per poi ritirarsi a vita isolata lanciandosi, quando trova un pubblico, in misticheggianti demenzialità new age. Per fortuna non difetta di autoironia (“Sam, stai interferendo col mio stato zen”) rendendosi un po’ meno ridicolo. Da parte sua, il figlio Sam (Garrett Headlund), che in mancanza di una figura paterna è cresciuto come uno scavezzacollo tutto moto, hacking e sport estremi manco fosse un neozelandese qualsiasi (che notoriamente non hanno una mazza da fare), non ha il benché minimo spessore. Jeff Bridges, nel doppio ruolo di Flynn e del suo alter ego digitale Clu creato con lo scopo di dar vita al sistema perfetto, è stato scansionato per registrare i movimenti del corpo e del volto in motion capture e quindi ringiovanito sulla falsariga di quanto fatto con lo Schwarzenegger di Terminator Salvation. Peccato che quando si voglia far passare quest’ibrido per un giovane Flynn nel mondo reale i risultati siano oltremodo grotteschi. Nel caso di Clu, che è un programma, a livello concettuale le cose vanno leggermente meglio (nonostante gli altri programmi siano interpretati da attori in carne ed ossa) ma resta inguardabile lo stesso. È andata anche peggio al povero Tron, ridotto a muta macchietta piroettante grazie all’onnipresente malefico influsso di Matrix.
La Disney, ancora una volta, dimostra di sapere il fatto suo nella scelta dei registi e se decide di affidare svariati milioni di dollari nelle mani di un regista esordiente con all’attivo solo alcuni spot pubblicitari lo fa con cognizione di causa. La formazione da architetto di Joseph Kosinski ha avuto sicuramente il suo peso nella scelta e il regista dimostra di trovarsi a suo agio con il minimalismo al neon degli ambienti. La curiosità di vederlo nuovamente all’opera, magari con un soggetto scritto di suo pugno come nel caso di Oblivion, è tanta.
Nel 1982 i primi personal computer si affacciavano al mercato domestico, l’immaginazione spaziava verso orizzonti sconosciuti e l’inventiva dello spazio virtuale di Tron lasciò esterrefatti gli spettatori conferendogli lo status di cult movie anche senza una trama che brillasse per complessità. Nel 2011 ci si stupisce di meno ed è impossibile che Tron Legacy abbia un impatto paragonabile a quello del predecessore ma, se l’occhio vuole la sua parte, ne rappresenta il perfetto upgrade.
mercoledì 23 marzo 2011
Il barbaro che non ti aspetti: teaser trailer per Ronal The Barbarian
Thorbjørn Christoffersen e Kresten Vestbjerg Andersen colpiscono ancora. Dopo aver parodiato la fantascienza spedendo in missione spaziale un manipolo di danesi ubriaconi, sboccacciati e psicotici in Journey To Saturn, film che abbiamo tradotto e non s'è filato praticamente nessuno, eccoli prendere di mira il fantasy sword and sorcery che imperversava negli anni 80 tra mutande di peluches e pettorali depilati. Sicuramente un ottimo antidoto al reboot di Conan il barbaro (ce n'era davvero bisogno?) in uscita quest'estate. Ne riparleremo in sede di sottotitoli.
venerdì 18 marzo 2011
La meute - Sottotitoli
La meuteFrancia/Belgio, 2010, colore, 90 min
Regia: Franck Richard
Sceneggiatura: Franck Richard
Cast: Yolande Moreau, Émilie Dequenne, Benjamin Biolay, Philippe Nahon, Eric Godon
Sottotitoli La meute
Charlotte (Émilie Dequenne), una giovane e ignara automobilista, molestata da una banda di centauri, offre un passaggio ad un giovane dall'aspetto innocuo, Max (Benjamin Biolay), finendo per ritrovarsi in un'inquietante locanda gestita da una corpulenta donna, La Spack, in cerca di vittime da offrire a mostruose creature che escono ogni notte dalle viscere della terra.

martedì 15 febbraio 2011
Bad Faith - Sottotitoli
Ond troSvezia, 2010, colore, 98 min
Regia: Kristian Petri
Sceneggiatura: Magnus Dahlström
Cast: Sonja Richter, Jonas Karlsson, Kristoffer Joner, Magnus Krepper, Sven Ahlström,
SOTTOTITOLI BAD FAITH
Iscriviti a:
Post (Atom)